rubrica settimanale di agricoltura,
ambiente ed economia.

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Va conservata la qualità genetica della Pernice Rossa

pernicerossa

Stefano Bussolari

La mitologia narra di Dedalo geloso del talentuoso nipote Perdix al punto di gettarlo dalla rupe dell’Acropoli. La dea Atena, patrona degli ingegni lo salva durante la caduta trasformandolo in una pernice. Da tale mito deriva che le pernici in genere volano basse temendo le cadute e forse pure il nome della sottofamiglia Perdicinae da Perdix inventore del compasso.

La “Rossa” è presente in Europa di sud/ovest, Italia centro settentrionale compresa e lo status della specie è in declino (Cat. SPEC 2: popolazione globale concentrata in Eu, dove presenta uno stato di conservazione sfavorevole). In regione è riscontrabile in primis in Appennino con stanziamenti fittizi a rilasci venatori da cui discendono sporadiche meta-popolazioni autosufficienti in alcune realtà (PC, PR, BO, MO e RN). Predilige altitudini medio basse e ambienti caratterizzati da effettiva alternanza di coltivi erbacei e arborei, incolti, arbusteti radi, radure di cedui, macchia e financo habitat xèrici e calanchivi. La rossa è meno timida di altre pernici dei generi Alectoris e Perdix, ma sempre gregaria, stanziale e poco incline a involarsi; se necessario lo fa con frullo lesto di brigate disperdentesi in volo radente dopo brevi tratte.

Da altre si riconosce per una chiazza bianca tra guance e gola, attorniata da un collarino scuro; il becco e le zampe sono rossi come il contorno oculare. I fianchi sono grigio lilla con caratteristiche barrature bianche, castane e nere.
Come per la starna le timoniere della coda sono rossicce e risaltano in volo. Le ali, sfrangiate e tondeggianti, hanno un’apertura compresa tra cm 47 e 55.
La lunghezza del corpo è compresa tra 29 e 34 cm, e il peso tra 350 e oltre 500 grammi. La cova ha luogo in nidi collocati a primavera in depressioni del terreno ai margini coltivi, negli incolti e in prossimità di ecotone, cespugli e siepi. Dura circa ventiquattro giorni su 12/16 uova. I pulli sono nidifughi, si involano presto e per gradi, sono autonomi a 90 giorni circa. In autunno si uniscono in brigate di 10-15 soggetti con gerarchia definita. I pulli si nutrono nelle prime due settimane quasi esclusivamente di insetti e larve. La rossa si ciba di semi, parti verdi di erbacee coltivate (tra cui cereali) o spontanee, lombrichi e invertebrati.

Pur avendo analogie zoologiche con la starna che ha risentito dell’espansione di pratiche agricole intensive, la rossa in termini di adattamento al territorio ha invece sofferto di più gli effetti dell’abbandono di zone agricole, marginali e collinari. In larga parte i territori, la Sasp e i siti RN 2000 regionali sarebbero idonei a riaccogliere popolazioni di pernici rosse, soprattutto se fossero supportati da miglioramenti ambientali finalizzati a conservare e incrementare i bordi e le siepi presenti tra appezzamenti coltivati.

Il Piano Strategico della Pac (Psp) 2023/27, attraverso bandi o determine della Regione può incentivare i tipi di operazione inerenti la conservazione di spazi naturali e seminaturali del paesaggio agrario e la gestione attiva di infrastrutture ecologiche.

Altro aspetto fondamentale da considerare quando si scelgono gli esemplari da introdurre in natura è la qualità genetica dei soggetti. Si deve assolutamente invertire il trend evitando di immettere ibridi fra rossa, Coturnice e Alectoris chukar o coturnice orientale, benché adattabili e a loro volta riproducibili. La pernice rossa può essere oggetto di immissioni da stock di allevamento compiuti da Atc e Afv nelle more del piano faunistico-venatorio, nei limiti autorizzatori e dei rispettivi programmi approvati dalla Regione stessa. La Regione prescrive in questi atti ciclici che le immissioni devono essere effettuate secondo tempi e modalità idonei a consentire la sopravvivenza e la riproduzione della specie. Laddove il primo requisito è soddisfabile avendo cura di evitare rilasci con temperature estreme, scegliere contesti con disponibilità di acqua, copertura e cibo; il secondo obiettivo è parzialmente alla portata ma sconta limiti evidenti sulla purezza genetica. Il ricorso a pernici allevate è quasi ineluttabile ed è raro disporre di fondatori con pool genico, aplotipi e marcatori capaci di trasmettersi integralmente. Ma, mentre per la starna si è perso tanto e irreparabilmente, è ancora possibile trovare pernici rosse con sufficiente qualità genetica, sebbene la purezza sia minacciata dall’ibridazione già presente in esterni e da allevamenti non professionali.

In natura sopravvivono nuclei autoctoni preservati (Elba), mentre in cattività specifici centri di allevamento e riproduzione selezionano linee il più possibile pure e certificate.
Cito ad esempio il Centro pubblico riproduzione fauna selvatica di Scarlino (GR). La struttura risulta dotata di certificazione di integrità genetica della Pernice rossa rilasciata da Ispra. Il riconoscimento è stato ottenuto da una lunga selezione avviata da fondatori provenienti da Francia e Spagna. Le fasi terminali di allevamento dei giovani avvengono in apposite voliere in natura per preservare la selvaticità. La Rer può autorizzare immissioni che devono avvenire con contingenti proporzionali all’estensione del territorio vocato, alla densità di rosse già presenti e comunque con valori progressivamente decrescenti fino a tendere a zero nell’arco di validità del piano poliennale. Il fine è di favorire il passaggio a un modello gestionale sostenibile fondato sulla produttività naturale e sull’incremento di nuclei autosufficienti non più residuali.
Le proposte di prelievo non possono superare la soglia massima fissata da Pfvr, pari al 20% della consistenza post-riproduttiva.

La ratio della Regione è comprensibile ma sconta l’antinomia che questo lavoro a step delicatissimi avviene in ambiti dove si pratica la caccia e difficilmente alla fine dei piani ci sarà un utile netto stabile di soggetti autosostenuti. Dato l’attuale status della specie, ritengo che la semplice protezione da calendario e da piani regionali non basti alla ricostituzione di popolazioni autonome. In aree a elevata idoneità ambientale e trofica le reintroduzioni si dovrebbero accompagnare a un periodo di tutela assoluta e divieto di caccia, almeno alla specie target. Il futuro sta nel recuperare il mosaico agricolo tradizionale tramite i ripristini e, data la rossa come buon indicatore di qualità ambientale, mettere a terra progetti di autosostentamento con elevata attenzione genetica anche negli istituti di protezione pubblica (Oasi, Zrc, Rifugi).

Su tutto quanto esposto è strategico il ruolo di controllo di Polizie provinciali e Carabinieri Forestali sul rispetto della specie, nonché dei Servizi Veterinari pubblici e degli Istituti Zooprofilattici Sperimentali sia per il lato della tracciabilità delle linee genealogiche che per monitorare eventuali zoonosi (es. Aviaria H5N1) e virosi (es. Malattia di Newcastle).