Stefano Bussolari
In Italia coabitano quattro specie di lepri. La Lepre europea, o Lepre comune (Lepus europaeus), è certamente quella che interessa più da vicino noi agricoltori e residenti nelle campagne emiliano romagnole. In particolare ne sa chi ha l’azienda ricompresa nelle zone di ripopolamento e cattura (Zrc), istituti pubblici di protezione previsti dalla normativa statale e regionale in tema faunistico/venatorio e in genere delimitate da una tabella gialla.
Benchè le Zrc ai sensi della L.R. 8/’94 siano generalmente destinate a incrementare la riproduzione di tutte le specie autoctone e favorire la sosta e la riproduzione delle specie migratorie è innegabile che storicamente abbiano visto nella lepre e nel fagiano la loro mission di maggior peso. Questi divieti di caccia hanno favorito l’irradiamento naturale di territori contigui e consentito le catture invernale delle lepri con apposite reti, per immissioni integrative negli Atc o il reinserimento in altre zone di protezione.
Tale modello gestionale del lagomorfo ha consentito la sostenibilità del prelievo venatorio senza pregiudicare eccessivamente la conservazione e la consistenza delle lepri anche in anni in cui i seguaci di Diana in regione superavano le 58.000 unità (anni ’80, caccia “massiva” a gestione sociale) per poi attestarsi in un costante calo demografico e generazionale sui 25.000 cacciatori odierni.
È evidente che spingere la produzione in campo della lepre sia nelle zone protette che negli Atc al di fuori del periodo di prelievo in caccia (dalla terza domenica di settembre alla prima di dicembre) è stato interesse precipuo della componente venatoria.
La lepre è ancora su buoni livelli di consistenza in regione (in Zrc sono normali presenze di oltre 20/30 capi per 100 Ha). Il dato non è scontato, tant’è che in altre regioni italiane la flessione di presenza è tangibile, in Svizzera si contano ormai appena due lepri per 100 ettari nella migliore delle ipotesi (BirdLife elvetica) ed il calo della lepre italica (Lepus corsicanus, De Winton 1898) nel centro sud della penisola è evidente. Questo apparente successo locale è comunque costato qualche rischio dal lato della introgressione genetica nella lepre comune emiliana (Lepus europaeus). Le attività di gestione faunistico-venatoria hanno fatto ricorso ad immissioni di soggetti selvatici di cattura provenienti da altre aree geografiche (Est Europa) o da allevamenti, per scopi di ripopolamento e rinsanguamento determinando un mescolamento genetico.
Gli sviluppi storici hanno poi voluto che il ricorso a lanci con materiale alloctono sia stata prassi contenuta prima alla fase iniziale, cioè negli anni 60’/’70; per aumentare la produzione facendo ricorso a lepri di campo provenienti dalla allora Yugoslavia, con il cui dipartimento caccia diretto dal dr. Sèlmìc la Provincia di Bologna e le Guardie provinciali erano a contatto.
Questi esemplari erano europaeus di buon livello e hanno integrato gli esemplari locali creando un effetto moltiplicatore nella popolazione locale che era stata decimata dagli eventi bellici e dal bracconaggio di sussistenza. Poi per decenni gli unici rilasci sono stati quelli abusivi (difficili da accertare e sanzionare) e quelli legittimi invernali conseguenti alle catture e alle redistribuzioni di provenienza Zrc locali, ma quest’ultimi erano animali di eccellente qualità genetico sanitaria.
Da alcuni anni, con il calo dei cacciatori volontari, le operazioni di catture in Zrc sono calate di numero.
Da voci è rimontata la tendenza tracciata o sommersa di reintegrare il patrimonio, in flessione comprensibile ma non allarmante rispetto ai numeri dei primi anni 2000, con rilasci di entità extra territoriali. Sulle immissioni tracciate abbiamo la garanzia dei controlli del Servizio sanitario pubblico, che sono di grande professionalità. Le problematiche sanitarie più frequenti sono: Ebhs (Sindrome emorragica della lepre bruna europea – malattia virale), pasteurellosi, coccidiosi, verminosi respiratorie e gastrointestinali e fibromatosi.
Altre malattie rivestono carattere zoonosico, come tularemia, pseudo tubercolosi, brucellosi, leptospirosi, spirochetosi, toxoplasmosi e listeriosi. Fattori ambientali possono condizionare sviluppo e diffusione di patologie; differenze relative all’ambiente e alla situazione demografica e strutturale delle popolazioni, possono influire notevolmente sulla presenza e sulla diffusione.
La tutela di popolazioni locali richiede una gestione attenta con monitoraggi veterinari Asl alle catture in Zrc e su eventuali introduzioni per preservare l’integrità del pool genico originale.
Il declino della lepre è spesso associato a quello di altre specie tipiche dell’ambiente agricolo (starna, quaglia, allodola, passeriformi ecc.) e questo mammifero può rappresentare un ottimo bio-indicatore dell’efficacia di misure agro-ambientali e delle politiche agricole volte ad aumentare la biodiversità. In questo senso la Cia ha sempre fatto la propria parte e dato assistenza in territorio metropolitano ed in Regione per realizzare investimenti finalizzati ad arrestare la perdita di biodiversità e preservare il paesaggio rurale attivando gli interventi dei bandi indetti nei Psr e consentendo di integrare l’insostituibile vocazione produttiva dell’agricoltura con corridoi ecologici, rifugi e zone cuscinetto per la sopravvivenza di habitat e specie di fauna selvatica autoctona.
Di pari passo gli agricoltori hanno diritto di essere assistiti dalla Regione e dagli Atc perché la lepre può rendersi responsabile di danni importanti alle colture, particolarmente nelle aree frutticole dove con i suoi grossi incisivi ricurvi, a forma di scalpello scorteccia le giovani piante pregiudicando l’ammortamento dei costi d’impianto. Il quantitativo di vegetali verdi consumati da un adulto corrisponde a circa 145 g di sostanza secca al giorno, ma esso può aumentare in presenza di alimenti poco energetici e ricchi di fibra, nonché nelle femmine in lattazione.
L’alimentazione delle lepri è in gran parte orientata su specie spontanee ma può dare origine a danni economicamente importanti in agricoltura. Le colture maggiormente suscettibili ai prelievi sono le giovani piante arboree ed arbustive (frutteti, vigneti, rimboschimenti, siepi, ornamentali). Vulnerabili sono alcune orticole come il cocomero ed il melone quando ne recidano le ramificazioni o rosicchino la buccia, i cavoli e i radicchi.
La fenologia dei danni rispecchia le abitudini della lepre che ha spiccate preferenze per le caratteristiche organolettiche delle piante, dovute ad esempio alla presenza di composti tannici ed amari o al valore nutritivo delle piante stesse. Tra gli alberi da frutto il melo ed il pero sono tra i più suscettibili alla rosura della corteccia nel periodo invernale, mentre l’albicocco e la vite sono molto vulnerabili alla brucatura di germogli e rametti in primavera. Il danno su vite interessa le gemme, le prime foglie e i germogli non ancora lignificati, tuttavia non mancano casi di rosure corticali anche su piante di alcuni anni d’età. Analoghi danni possono interessare il girasole, il mais, la soia ed il sorgo nella fase di germinazione, fino a quella delle prime foglioline, in questi casi però la conseguenza è rappresentata da diffuse fallanze. La barbabietola da zucchero e da seme può subire rosure soprattutto al colletto ed alla eventuale porzione emersa della radice.
La prevenzione dei danni può essere meccanica, attraverso recinzioni tendenti ad impedire materialmente l’accesso alla coltura suscettibile. La recinzione generalmente utilizzata per il contenimento delle lepri è di tipo leggero, a maglie esagonali (da 38 a 42 mm), di altezza fuori terra di almeno 1 m, interrata di circa 10 cm e sostenuta da palificazione. La prevenzione elettrica consiste in una recinzione elettrificata mediante fili metallici nudi, intrecciati su fili di nylon, posti a 7 cm e a 24 cm dal suolo. Indispensabile la verifica periodica dell’isolamento rispetto alla vegetazione sottostante. I fili e le recinzioni elettriche vanno fissati su picchetti di legno o di ferro tramite isolanti in plastica; l’interspazio fra i picchetti può essere di 6-10 m. L’elettrificazione della recinzione può essere ottenuta da un emettitore di impulsi elettrici alimentato a batteria a pile secche da 8 o 12 Volt o da un accumulatore a 12 Volt. La prevenzione chimica, consiste nell’impiego di sostanze che rendono inappetibili alle lepri le piante sotto il profilo organolettico. L’impiego dei repellenti trova pratica applicazione essenzialmente sulle giovani piante arboree e arbustive. Di norma l’impiego interessa il periodo di riposo vegetativo, in quanto alcune di queste sostanze possono presentare un’azione fitotossica sulle parti verdi delle piante, inoltre, nel periodo vegetativo, la rapida crescita dei germogli limita l’efficacia delle sostanze repellenti eventualmente applicate.
Questi presidi di prevenzione possono essere acquisiti per le aree protette con il contributo di bandi periodici afferenti al Psr (consultate la Regione o le Associazioni agricole); per aziende agricole poste in territori di caccia fare richiesta ai centri servizi degli Atc di riferimento.




