Stefano Bussolari
Il fagiano (Phasianus colchicus), presumibilmente introdotto in Inghilterra, in Francia e Italia dalle guarnigioni romane durante le campagne di espansione dal I secolo a.C. in avanti, ha fortemente caratterizzato la storia sociale della fauna negli ultimi due millenni.
Un atto formale attestante la presenza del fagiano in Inghilterra si rintraccerebbe però solo a metà dell’undicesimo secolo nell’Abbazia della Santa Croce di San Lorenzo nel Sussex.
Qui i canonici li allevavano in cattività entro la cinta muraria. L’Impero li aveva introdotti in Europa occidentale prelevandoli dalla regione della Colchide (l’odierna Georgia) sia a scopo alimentare che ornamentale. Per tutto il Medioevo e nel Rinascimento fu mitizzato nei superbi convivi delle Corti sia per le qualità culinarie sia per la scenografia delle portate in penna. Dal tardo Rinascimento il galliforme amplia il suo ruolo da protagonista di banchetti signorili e giardini di palazzo, traslando pure a pregiato carniere nell’ars venandi.
In Italia centrosettentrionale l’evoluzione degli allevatori e dei guardiacaccia degli stati preunitari si coniugò con le esigenze di fornire contingenti per la caccia appannaggio delle sole nobiltà e borghesia. Le battute sviluppavano la cinofilia e falconieri addestrati. Progressivamente poi, nel corso dell’800, le reti, gli astori e gli sparvieri furono parzialmente sostituiti dalle armi lunghe da fuoco. Nelle riserve e nelle bandite i fagiani erano tenuti sia in cattività ma pure in natura sfruttando zone delimitate da siepi, arbusteti, radure e macchie che consentivano rifugio per la sosta e la riproduzione minimizzando le predazioni.
Il ‘900, specialmente col boom economico del secondo dopoguerra promosse politicamente e con tutti i problemi del caso la “caccia di massa”, in anni in cui erano poco ascoltati i pareri scientifici dell’Istituto Nazionale di Biologia della Selvaggina (poi Infs e Ispra) fondato da Alessandro Ghigi (Rettore dell’Alma Mater dal 1930 al ’43), pioniere della gestione sostenibile e studioso instancabile anche di fagiani e pernici.
I seguaci di Diana in Italia nel 1980 erano oltre 1.700.000 con notevole sfera di influenza se abbinati al settore armiero e a tutto l’indotto. Di conseguenza si incrementò la pratica dei rilasci di soggetti di allevamento.
In Emilia Romagna nel 1977 fu istituita l’Aris. L’Azienda regionale per l’incremento della selvaggina disponeva di un allevamento di fagiani in zona Pineta di Classe (Ra) che forniva alle Province ed agli allora Tgsc (territori per la gestione sociale della caccia) numerosi esemplari per immissioni pronta caccia o riproduttori. Pare che l’allevamento arrivasse a produrre decine di migliaia di fagiani l’anno. L’Aris è stata soppressa nel 1993. Oggi l’allevamento di fauna selvatica è gestito prioritariamente da imprenditori privati, o come complemento all’attività agricola (Centri privati di riproduzione Fauna Selvatica allo stato naturale, art. 41 L.R. 8/’94) ed è strettamente regolamentato a livello regionale e sanitario.
Il fagiano è direttamente suscettibile all’Influenza Aviaria H5N1 e può rappresentare anello di trasmissione del virus dall’avifauna agli allevamenti avicoli, come “ospite ponte”.
In Emilia Romagna i cacciatori residenti sono oggi circa 25.770. A questi si aggiungono oltre 7.300 cacciatori provenienti da altre regioni, per un totale di circa 33.000 doppiette attive che frequentano il territorio regionale. Nonostante il progressivo calo dei cacciatori, la conservazione del fagiano è ancora caratterizzata dalla gestione venatoria, con la presenza di istituti di protezione (soprattutto Zone di Ripopolamento e Cattura; artt. 19 L.R. 8/’94) all’interno dei quali la specie è presente con densità elevate, è autosufficiente e ripopola naturalmente per irradiamento le limitrofe aree di Atc. Tuttavia per ragioni di diminuzione degli asporti da fagiani su prodotti agricoli in Zrc la Regione annualmente concede la cattura con apposite ceste da parte di autorizzati ed il successivo spostamento in vivo in territori Atc o altri ambiti protetti meno vocati.
La consistenza minima, accertata mediante censimenti, per fare sì che la Regione consenta con determina le catture con spostamenti dai primi di dicembre al 28 febbraio è di almeno 25 fagiani ogni 100 ha di superficie a Zrc o altri ambiti protetti.
C’è da dire che questi esemplari sono generalmente di alta qualità genetica in quanto nati allo stato libero. Il vero vulnus è la pratica delle immissioni effettuate con capi di allevamento industriale che minacciano la naturalità delle popolazioni autoctone, condizionandone la capacità riproduttiva e la qualità del pool genico. Anche se negli ultimi anni Atc e Afv dovrebbero aver limitato fisiologicamente i rilasci pronta caccia, la Regione per ridurre ulteriormente la consuetudine ha stabilito, ad esempio, che il piano di controllo della volpe possa essere autorizzato solo negli istituti ove non si realizzi alcuna immissione di selvaggina. In sostanza l’effettuazione del controllo volpe con finalità anti-predatorie non risulta compatibile con il simultaneo svolgimento di immissioni faunistiche finalizzate al prelievo venatorio consumistico.
L’indirizzo futuro è la riduzione graduale di immissioni fino alla completa sospensione, per poi realizzare un eventuale prelievo sostenibile basato sui risultati di censimenti annuali.
Da notare come gli individui selvatici sopravvivano meglio (78%) rispetto ai soggetti d’allevamento rilasciati (33%). Pur trattando di una specie dallo status di conservazione sicuro, la sua distribuzione è piuttosto favorevole nell’Emilia Romagna centro-orientale ma con una tendenza alla diminuzione complessiva se non si adottano misure di salvaguardia ambientale e, appunto, genetica.
È diffuso in tutto il territorio sebbene non sia biologicamente “ubiquitario”, non si trova nelle foreste fitte o sulle vette più elevate dell’Appennino.
Pur essendovi circa 30 sottospecie riconducibili a 5/8 gruppi, la caratteristica comune ai maschi è il capo e il collo verde scuro iridescente, la zona intorno all’occhio e le guance nude con protuberanze, bargigli pendenti, e due “cornetti” auricolari sporgenti orizzontalmente sul retro del capo. Il piumaggio del corpo mostra varie tonalità cromatiche, dal giallo ocra splendente al bruno-rame. La lunghezza del maschio è di 70–80 cm, femmina 60 cm; peso fino a 1800-1900 gr. Il piumaggio della femmina è mimetico con una base grigio-marrone e screziature brune utili nella cova per non essere scorti dai predatori. È stanziale, cioè nidifica e si riproduce negli stessi luoghi. La stagione degli accoppiamenti è la primavera, le vocalizzazioni dei maschi si fanno intense e un maschio si accoppia con più femmine. Il nido può essere una depressione del terreno imbottita e nascosta tra l’erba. L’incubazione delle uova di numero variabile da 8 a 15, dura circa 28 giorni ed è condotta dalla femmina. I nuovi nati sono già ricoperti di un piumino mimetico, sono in grado di nutrirsi da soli e seguono la madre dal primo giorno di vita e dalla seconda settimana possono di compiere brevi voli.
Le tipologie colturali agricole più suscettibili all’impatto dannoso da parte della specie sono le colture cerealicole (mais soprattutto), per asporto alla semina e in fase germinativa. In modo minore può impattare su colture industriali proteo oleaginose, vigneti, frutteti, orticole e sementiere.
Tra i presidi di prevenzione e mitigazione dei danni da fagiano il più utilizzato in assoluto risulta essere l’impiego di sostanze repellenti (93%). I restanti metodi sono: dissuasori acustici, spari a salve, palloni predator, shelter e recinzioni. Gli interventi ambientali potrebbero costituire un tema molto futuribile per creare sinergia fra la componente agricola e quella venatoria. Lo sviluppo di agricoltura bio o a basso impatto sulla fauna selvatica, andrebbe meglio approfondito e ovviamente subordinato a contributi al mondo agricolo che spesso avverte la fauna e la caccia come qualcosa su cui non c’è coinvolgimento della proprietà fondiaria. La prevenzione chimica, consiste nell’impiego di sostanze repellenti che rendono inappetibili le piante ai fagiani/volatili e trova pratica applicazione essenzialmente alla concia del seme e/o sulle giovani piantine in fase di emergenza vegetativa.
Questi presidi di prevenzione possono essere acquisiti per le aree protette con il contributo di bandi periodici afferenti al P.S.R. (consultate la Regione o le Associazioni agricole); per aziende agricole poste in territori di caccia fare richiesta ai centri servizi degli Atc di riferimento.




