Stefano Bussolari
Il lavoro di miglioramento ambientale, ripristino, ritiro ventennali, ricostituzione di macchie radure, prati irrigui, zone umide, siepi, filari e maceri, svolto dalla 2078 in avanti, in conformità alla Dir. Habitat e agli obiettivi di conservazione della R. N. 2000, ha consentito un apprezzabile incremento dell’avifauna stanziale e migratoria protetta e particolarmente protetta, delle specie di rapaci diurni (accipitriformi, falconiformi) e notturni (strigiformi) e dei mammiferi; il tutto anche in pianura.
Ne è evidenza il dato relativo a diversi di questi, siti, aziende agricole ed anche faunistico venatorie che per la particolare valenza assunta sono divenuti stazioni di censimento invernale della avifauna svernante, l’International Waterbird Census che ogni anno a gennaio si svolge in collaborazione con i Censitori abilitati di Asoer e le Polizie provinciali.
Per quanto concerne i rapaci diurni, l’albanella minore (Circus pygargus) è una specie che con qualche accorgimento può convivere con la cerealicoltura intensiva dove spesso nidifica. Un certo numero di nidiate poste nel grano può essere distrutto durante la trebbiatura, ma numerosi nidi sono salvati dagli agricoltori segnalanti e dai volontari con interventi di recinzione a nastro visibile della zona interessata che viene risparmiata allo sfalcio. Ho seguito un salvataggio a giugno ‘25 ad Argelato.
Il falco di palude (Circus aeruginosus), è attualmente stabile dopo la quasi totale sparizione come nidificante intorno al 1970 (fonte Rer ’92). Rinidifica oggi in pianura nelle zone umide a fragmiteto, tifeti e scirpeti; proprio quelle risorte con le misure agroambientali, annotiamo un gradito ritorno.
La poiana (Buteo buteo) era scomparsa da molte aree della regione negli anni 70/80 sia per la soppressione degli habitat che per l’illegale persecuzione cui era sottoposta nel secolo scorso anche con esche avvelenate, in quanto considerata specie “nociva” potendo predare piccoli di specie a interesse venatorio. Allignando in zone boscate alternate a spazi aperti, in ambienti umidi alberati come quelli rinaturalizzati è oggi presente tutto l’anno come migratrice, nidificante e svernante. Gli apici del passo vanno da settembre a marzo e i migratori sono stimabili in alcune migliaia. Gli svernanti si stabilizzano in pianura e prima collina e sono abbondanti.
Lo stesso gheppio (Falco tinnunculus) presente come migratore, nidificante e svernante registrò un aumento progressivo dopo la particolare protezione accordata dalla L. 157/’92. Frequenta ambienti aperti e caccia soprattutto in volo esplorativo o da posatoio (siepi, filari, piante arboree) e spesso in “spirito santo” a pochi metri dal suolo. Le prede (piccoli mammiferi, rettili e insetti) sono generalmente catturate a terra, spesso dopo una picchiata a tappe.
Lo sparviere (Accipiter nisus) ornitofago predatore di altri uccelli di piccole dimensioni (fino ai tordi, storni e tortore) e di piccoli roditori ebbe crolli di popolazione nella seconda metà del Novecento. Oggi è svernante, nidificante e migratore, con tendenza al recupero in pianura, cacciando in volo a quote medio-basse, destreggiandosi agilmente tra la vegetazione ripristinata, alberi e cespugli capaci di nasconderlo alla vista delle prede.
Il falco pescatore (Pandion haliaetus) in regione è migratore regolare, svernante ed estivante irregolare in tutte le tipologie di zone umide, anche non estese, purché ricche di pesci. Il falco pellegrino (Falco peregrinus) va citato pure se poco presente in pianura, anche se di fatto alcuni suoi siti di nidificazione sono in alcuni alti edifici del Capoluogo. Caccia di norma in volo esplorativo, attaccando e ghermendo le prede in aria. Sfrutta picchiate in aria rapidissime. Trascorre molto tempo su posatoi preferenziali, generalmente rocce. Attribuì il nome al “Progetto Pellegrino” che fu un’importante iniziativa di tutela ambientale avviata nel 1998 dalla Provincia di Bologna in collaborazione con i Comuni, le Comunità Montane e gli Enti gestori di aree protette con un focus particolare sull’ampliamento dei biotopi relitti. Da ricordare ‘Il Divulgatore’, periodico d’informazione agricola/forestale, che promuoveva divulgazione integrata.
Tra i rapaci notturni il barbagianni (Tyto alba) è tra le specie simbolo della ripresa, con il ritorno alla nidificazione in aree della pianura, specie in rustici abbandonati.
Il gufo comune (Asio otus) presente come nidificante, migratore e svernante si riproduce dal livello del mare ai 1000 m circa, in aumento in pianura dopo un sicuro regresso negli anni ’70. Civetta (Athene noctua) e assiolo (Otus scopus, dial. bolognese ciuu): osservazioni recenti indicano la colonizzazione di nuovi siti in zone agricole planiziali, confermando un trend di ripopolamento.
Aquila reale (Aquila chrysaetos): nel Parco del Frignano è confermata la presenza stabile con siti di nidificazione monitorati. L’aquila imperiale dei balcani (Aquila heliaca) è un grande rapace diffuso in Eurasia, talvolta avvistato durante le migrazioni o in dispersione nella pianura bolognese, dove si verificò un grave atto di bracconaggio nel 1993. Qualche segnalazione eccezionale in inverno, indica la stupenda aquila di mare (Haliaeetus albicilla) e aquila anatraia maggiore (Clanga clanga) in zone vallive o costiere.
Le azioni di tutela coinvolgono con successo diverse specie, tra cui i rapaci, ma si segnalano anche dati negativi legati alla presenza di altre specie. Le 10 specie di uccelli “agricole” più colpite dal declino (2000-2025) sarebbero, secondo Rete nazionale della Pac & Lipu (2025): Torcicollo – 76% Calandro –73% Saltimpalo –71% Averla piccola -65% Passera mattugia – 61% Passera d’Italia – 60% Verdone – 59% Allodola (questa specie è cacciabile in Emilia Romagna da ottobre a dicembre per un carniere giornaliero max di 10 capi e complessivo stagionale di 25) – 54% Cutrettola – 49% Verzellino (dialetto emiliano: vidarèn, in quanto nidifica nella parte alta degli impianti di vigneto, in prossimità delle testate) – 47%.
Nei prossimi anni sarà sfidante il monitoraggio delle migrazioni e il contrasto alla mortalità legata ad utilizzo di presidi sanitari, diserbanti e fungicidi. C’è una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica e dei consumatori che scelgono sempre più prodotti biologici oppure a residuo zero.
Dalla Dir. Ue 128/2009 evolvendosi la lotta a calendario prima e la lotta guidata poi, la prassi della lotta chimica doveva divenire marginale rispetto alle pratiche agronomiche preventive come l’avvicendamento colturale, una corretta gestione del suolo, il farmscaping (modellazione del paesaggio rurale per rendere l’agrosistema più resiliente) e trattamenti fisici e meccanici. Insomma, l’utilizzo della chimica dovrà divenire sempre più residuale rispetto a tecniche più olistiche e integrate per garantire rese e redditi adeguati agli agricoltori rispettando il territorio.
Molto è stato fatto in Italia, si è passati da oltre 17.000 prodotti autorizzati 50 anni fa ai 550 circa attivi oggi. Il vulnus è che sostanze vietate in Italia sono permesse all’estero e magari nei siti dove stanno le specie in crisi.





