Stefano Bussolari
A tutto il ‘900 in Emilia Romagna come nel resto della penisola la specie di passero più comune era il passero italiano (Passer italiae). Gli ornitologi lo considerano un endemismo, una esclusività geografica. Era molto diffuso nelle campagne e nelle nostre aie e corti rurali, dove spesso approfittava di granaglie e cibo depositato nei pollai e nei ricoveri aperti degli animali.
Il passero ha ispirato poesia e letteratura dal canzoniere del Petrarca a Montale a Leopardi, anche se nelle liriche i Maestri si riferivano più al Passero solitario (Monticola solitarius) presente in modo più localizzato in aree impervie o in vecchi edifici. La Bibbia invece cita i passeri sia come emblema di tutti i piccoli volatili (fringillidi, motacillidi, ecc.) sia come allegoria del viaggio del pellegrino e del gioco allegro dei ragazzi. Per contro dall’Antico Testamento in poi alcune metafore venatorie fanno intuire come i passeri fossero pure cibo per poveri e merce di commercio malgrado i loro modesti 25 grammi di peso. Gesù nel Vangelo utilizza l’icona dei passeri venduti al mercato nel senso che il Creatore non si dimenticherà di nessuno di essi e di noi.
Pensate che dopo quasi due millenni, nel 1992 la Legge 157 comprendeva ancora tra le specie cacciabili l’italico, la mattugia e l’oltremontano e in alcune zone della bassa per consuetudine gli sparavano nel periodo di San Silvestro vicino a fabbricati, stalle e case rurali (la Polizia provinciale di Bologna nel ’94 mise fine a questa consuetudine non lecita). Al nord fino agli anni ’70 vista la tradizione di “poenta e osei” alcune ferramenta vendevano a circa Lire 20 piccole trappole a scatto, illegali, per la cattura (i “luvét”).
Nel 1997 i passeri furono tolti dalla lista delle specie cacciabili insieme allo storno (oggi cacciabile solo in base alle “deroghe”) con Dpcm su iniziativa del Ministro dell’Agricoltura Pinto. Ciò avvenne grazie alla L.S. 157 che si interfacciava con la Direttiva “Uccelli” Eu 409/’79. Nel ’93 vennero escluse dal novero peppola e fringuello. La 157, oggi sul banco degli imputati, era ed è una ottima Legge in quanto intervenuta non solo per normare la caccia dopo il fallimento del referendum nel 1990, ma anche per la “protezione della fauna omeoterma”.
Di concerto si tenne conto del parere di Ispra (ai tempi Infs) sul cattivo stato di conservazione dei passeri intervenuto a cavallo tra i due secoli a causa di una contrazione di areale, di popolazione e per il degrado del loro habitat. Sia la passera oltremontana (Passer domesticus) che è la specie nominale distribuita in Europa e alpi e riconoscibile dall’italico per una sorta di cappellino grigio che il passero italico, sottospecie peninsulare ha solo durante l’inverno ma di colore marrone rossastro, mostrano un marcato declino negli ultimi decenni.
Anche la passera mattugia (Passer montanus) poco più piccola del passero italico, dal quale si distingue per la presenza di una macchia nera sulle guance e per assenza di dimorfismo sessuale non versa in buone condizioni di conservazione. Recente ma sempre limitata è la colonizzazione del passero sardo, classificato specie e distribuito nelle isole, nella costa adriatica fino al delta anche ferrarese e in Croazia. Si differenzia dall’italico per maggiori gocciolature scure su petto e fianchi del maschio, meno accentuate nell’italico. La fonte 2025 di rete nazionale Pac & Lipu ci aggiorna sugli andamenti di popolazione e del Farmland bird index e ci dice che tra il 2000 e il 2025 negli agroecosistemi nazionali la presenza di passera mattugia ha registrato un meno 61% e il passero italico meno 60%. I fattori che possono aver causato il calo sono la riduzione di siti idonei alla nidificazione, la diminuzione di insetti, larve e invertebrati per l’alimentazione dei pulli, cibo carente per monocolture e cambiamenti agronomici.
Ma non sarebbe onesto mettere le sole aree rurali sotto focus perchè il declino dei passeri pesa anche sulle aree urbane.
I cambiamenti socio economici hanno modificato la struttura degli habitat, con seri impatti sul successo riproduttivo e disponibilità trofica. Sia in campagna che in città i coppi tradizionali e le vecchie tegole in cotto offrivano un habitat ideale per la nidificazione. La situazione è variata causa l’edilizia moderna che sigilla i tetti impedendo agli uccelli di entrare. Nei centri urbani sono da evitare ristrutturazioni edili condotte in periodo riproduttivo. Per questo Green Deal e transizione ecologica devono proseguire conciliando la produzione agricola con la tutela ecosistemica.
La Cia ha storicamente dato assistenza in territorio metropolitano e in Regione per realizzare quote di investimenti non produttivi, finalizzati ad arrestare e invertire la perdita di biodiversità e preservare il paesaggio rurale.
Questa mission, concepita dai tempi del Regolamento Cee 2078/’92, poi sviluppata sino ad oggi coniugando gli interventi con i bandi indetti nei successivi Psr, ha consentito di integrare la vocazione produttiva dell’agricoltura con corridoi ecologici, rifugi e zone cuscinetto per la sopravvivenza di habitat e specie di fauna selvatica. I contributi ante litteram di Regione e Cis per produrre buoni raccolti ma anche servizi ecosistemici e preservare habitat sono recentemente riconfermati dal programma strategico Pac e dal sequenziale completamento del Psr 2023/’27.
Il futuro tracciato dovrebbe potenziare il passero come specie “ombrello” assicurando con le azioni pratiche il ruolo di buon indicatore ambientale di questo piccolo ma importante volatile con apertura alare di 23/26 cm. e di 15 cm. di lunghezza (italico). Sulla base delle conoscenze disponibili, si può proporre un valore di riferimento favorevole (Frv) pari a 12 coppie per 10 ha a scala locale e a 200 coppie per km² a scala di comprensorio (fonte Lipu).




