rubrica settimanale di agricoltura,
ambiente ed economia.

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Daino: Dama dama (Linnaeus, 1758), ascrivibile tra le specie “parautoctone”

daino


Stefano Bussolari


Questo ungulato cervide dell’ordine degli artiodattili, presenta dimensioni intermedie tra il capriolo e il cervo; le caratteristiche distintive principali della specie sono la struttura “appiattita” dei palchi nei maschi (la pala) e il tipico specchio anale che, nelle forme pomellato ed isabellino è di colore bianco candido bordato da strisce nere, al cui centro spicca la coda, anch’essa superiormente nera, che conferisce allo specchio anale la tipica fisionomia ad “ancora capovolta”. Deve la sua distribuzione sul territorio dell’Emilia Romagna a passate introduzioni artificiali.

La specie, ascrivibile tra le “parautoctone” ai sensi del D.M. 19/01/’15; pur non essendo originaria della nostra area geografica, vi è giunta per intervento diretto, intenzionale o accidentale dell’uomo e quindi naturalizzata già anteriormente al XVI° secolo. I Romani lo prelevarono in Anatolia per introdurlo nella penisola a scopo alimentare presumibilmente dopo l’annessione del Regno di Pergamo (133 a.C.), che segnò l’inizio del controllo diretto sulla provincia dell’Anatolia occidentale. Alcune fonti sostengono che Roma ne traslò esemplari anche dalla Sardegna, dove era presente già prima del 1000 a. C., immesso in Gallura per mano delle flotte Fenicie che lo consideravano animale sacrificale.

In Emilia Romagna tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento se ne registrò l’introduzione in molti parchi nobiliari, sia a scopo venatorio, che ornamentale e come ingrediente gourmet di superbi convivi cortigiani. Ma gli ungulati in genere in regione, agli inizi del XIX secolo, causa campagne militari, carestie e bracconaggio erano alquanto rarefatti. Nel 1849, ad es., tutti gli Ungulati del Bosco della Saliceta presso S. Felice sul Panaro furono sterminati dai bracconieri (Torelli e Turco 1980).  Al XIX secolo risalgono però anche alcune importanti introduzioni dettate maggiormente da cognizioni gestionali, tecniche e conservative che non sociologiche.

Intorno al 1840 l’Ispettore forestale boemo Karl Simon, chiamato dal Granduca di Toscana Leopoldo II ad amministrare le foreste del Casentino, reintrodusse il cervo e introdusse il daino. Dal 1950 si diede continuità alla colonizzazione, grazie soprattutto all’iniziativa del Corpo Forestale dello Stato, nelle Foreste Demaniali appenniniche. Ricordiamo il rilascio di 11 cervi, 4 caprioli, 48 daini, 6 mufloni nel Casentino tra il 1950 e il 1964 (CFS Pratovecchio, Crudele 1988) e l’introduzione di 9 daini in Val Tiberina nel 1964 (Casini et al. 1988). Dal 1957 al 1965 fu introdotto nuovamente il daino nel Bosco della Mesola. Al 1977 risale un’inchiesta svolta dal C. F. S. che fotografava tra l’altro la presunta situazione distributiva degli Ungulati sul territorio dell’Emilia Romagna.

Il Daino risultava presente in 17 comuni e 6 province (Pavan e Mazzoldi 1983).  Il ritorno degli Ungulati in regione, iniziato negli anni ‘50 con rilasci pianificati, fu contestualmente agevolato dalla rinaturalizzazione seguita all’abbandono di territori appenninici da parte degli agricoltori.
Dal secondo dopoguerra a oggi la superficie forestale italiana è aumentata costantemente ed è passata da 5,6 a 11,1 milioni di ettari e pure la nostra regione ha confermato il trend. La percentuale di territorio coperta da boschi ha raggiunto il 38%, un valore superiore a quella di due paesi “tradizionalmente” forestali come la Germania (31%) e la Svizzera (31% – dati Ispra).

Come o.p.a. Cia abbiamo cercato il più possibile che i ripristini ambientali (macchie, radure, corridoi ecologici, ecc.) si compensassero con le coltivazioni, non avessero una strategia casuale per abbandono ma fossero progetti di riqualificazione e opportunità aziendali per trattenere gli operatori sui comprensori, grazie anche ai relativi bandi regionali discendenti dal Psr. La ricomparsa del daino in natura piuttosto che in allevamenti privati ha indubbiamente rappresentato un arricchimento del patrimonio faunistico ma, nel contempo, ha aperto tematiche gestionali a salvaguardia delle colture agrarie. Si nutre, infatti, oltre che di fogliame ed erbacee prative, anche di apici legnosi, gemme, frutta selvatica o in impianto da reddito (anche vigneti) e in estate può nutrirsi in coltivati di cereali e leguminose.

Come per il capriolo la prevenzione dei danni richiede misure antintrusione nelle aree dove insistono le cultivar oggetto di asporto. Le recinzioni sono la misura più efficace. Possono essere elettrificate, in grado di fornire una dissuasione con piccole scariche al contatto; o tradizionali, realizzate con reti metalliche alte almeno 1,80 mt, per impedire al daino di saltarle. Il costo di una recinzione contenitiva tradizionale è di circa 20, 25 euro al metro e comprende i pali di sostegno, la rete in acciaio “crapal”, i fili di ferro, l’escavatore per lo scavo della linea dove interrare la rete e la posa dei pali.
La recinzione elettrica per un perimetro di 500 metri, corredata di recinto mobile, con batteria da 130 Ah della durata di circa 2 mesi, ha un costo che si aggira sui 385 euro. L’efficacia dei recinti elettrici è in funzione di una manutenzione continua con taglio raso delle erbe sotto l’ultima calata, per evitare l’effetto massa. L’utilizzo di repellenti chimici a base di concimi azotati e repellenti seminaturali a base di capsaicina o oli essenziali, hanno efficacia parziale. L’uso di dissuasori visivi e acustici (led a luci blu notturne, ultrasuoni ad alta frequenza, detonazioni irregolari) è proficuo ma può limitarsi col tempo. Per la rete viaria si stanno sperimentando sensori di rilevamento di soggetti in avvicinamento alla rete stradale. Nella pianura la specie è complessivamente molto meno presente del capriolo se si eccettua la colonia del Bosco della Mesola, dove il contenimento in più basse densità obiettivo potrebbe passare, oltre che da dibattute azioni di controllo o spostamento, anche dalla odierna presenza del lupo come predatore piramidale.

Allo stato, senza esprimere giudizi di merito, la specie è oggettivamente cacciabile in selezione con contingenti massimi di capi prelevabili a seguito di censimenti annui; nella nostra Regione gode di uno stato di conservazione favorevole, un censimento di tre anni fa dava una presenza complessiva di 7.064 esemplari. Il Piano Faunistico Venatorio Regionale in vigore mira a un’ottica gestionale tesa a conservare il daino con popolazioni vitali, unicamente entro l’areale storico (area a gestione conservativa), che si sviluppa nei Comprensori C2 e C3 (collina e montagna).

Per info sui bandi per la dotazione dei presidi di prevenzione ecologica alle Aziende Agricole contattare i Settori Agricoltura Caccia e Pesca della Regione, suddivisi per ambiti territoriali.